Che…c’hai un euro?

“Scusa, faresti un’offerta per la ricerca sulla cura della peste bubbonica? Per i bambini dell’ottavo mondo? Per la lega protezione delle cimici domestiche? Per le famiglie delle vittime da caduta di meteoriti?”

Lo sguardo di chi formula le domande è accompagnato da un sorriso superficiale che nasconde un ghigno feroce e un invisibile (ma facilmente intelligibile) pensiero: “avanti pidocchioso peripatetico, sgancia la grana, lo so che ce l’hai: hai un piumino colmar e la tua compagna scarpe Jimmy Choo”.

Vai a spiegare che il piumino me l’ha regalato zia per il mio venticinquesimo compleanno ( e di anni ora ne ho trentadue) e la mia “compagna” è in realtà il mio capo, amministratore delegato della multinazionale dove lavoro come interinale.

Questo l’incubo delle passeggiate in città: l’incontro con gli immancabili questuanti alternativi da terzo millennio.

Così si scatena la dura lotta tra raziocinio e coscienza: “avanti che ti importa a cosa sono destinati i tuoi du’ spicci, il gesto di donare è ciò che conta” – “non ti fare ingannare, pusillanime: pensi davvero che i tuoi soldi, faticosamente sudati, siano destinati a quelle onorevoli cause?”– “ma io sono fortunato, sono nato dalla parte più comoda del globo e non ho nessun merito per questo, DEVO essere generoso” – “eh mica ti puoi accollare tutti i problemi dell’umanità: c’hai il mutuo, la rata della macchina, il regalo per nonna, le bollette del gas”

La signora al mio fianco, pur esente da problemi economici, non ci pensa neppure un attimo e con un gesto, misto di indifferenza e disgusto, ignorando totalmente quell’essere evidentemente considerato insignificante, mi saluta e se ne va.

Ognuno ha il proprio Armadillo e così anche il mio (che, emulando il più famoso, s’è pure messo, senza averne la capacità, a parlare romanesco) se ne esce con le sue perle di saggezza: “ma che te frega di ‘sti morti de fame. Ricorda che, ammesso – ma io nun ce credo – che ne facciano buon uso, con ‘sta mancia non cambierai la condizione di nessuno. Sarà il karma: te, dovevi nasce’ qua, fattene una ragione”.

La lotta continua e dopo un tempo apparentemente interminabile (nel mondo dei pensieri un minuto dei nostri vale ore) avverto che il sorriso ammantato di tenerezza del mio interlocutore sta mutando in uno sguardo seccato. Il sopracciglio si alza e, pur con le labbra serrate, sembra parlare: “allora ti decidi, spilorcio di un pezzente”.

Sento su di me le occhiate giudicanti dei passanti, sento il loro sdegno (“e dài ‘sto obolo su!”), la sudorazione aumenta e l’indecisione la fa da padrona. Dire di no e sembrare avido, gretto, indifferente ai mali del mondo o elargire con aria tronfia la pecunia? (ma la carità non dovrebbe essere anonima?)

E quanto dare? Qualche monetina: avaro capitalista – lauta somma: mica me la posso permettere!

Nel frattempo, il sempre più scocciato postulante, si è rivolto ad altro incauto viandante ed io, dietro consiglio del mio personale Armadillo, con nonchalance (non è vero: arrossendo come un adolescente colto con riviste porno fra le mani) mi allontano di soppiatto riponendo cinque euro nel cappello dell’anziano seduto all’altro lato della strada col suo sudicio cartello “ho fame”.

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