L’enigmatico LGBT rettiliano

Camilla da sempre amava gli animali. Da quando per fortunate coincidenze poté disporre di una casa in campagna, lei e il marito Roberto scoprirono, nel bel mezzo del cammino della vita, la gioia (e i dolori) di possedere creature viventi della flora e della fauna.

In particolare Camilla poté realizzare il desiderio di avere una tartaruga.

Giove, il capostipite, arrivò grazie all’intervento di un veterinario che lo salvò dopo un incidente. Il suo carapace ammaccato ne avrebbe segnato per sempre l’aspetto.

Se ognuno si sceglie l’animale più consono al proprio carattere, ebbene Camilla non aveva dubbi nel riconoscersi in questo rettile: lentezza, testardaggine, autonomia erano le stesse sue prerogative.

Col trascorrere degli anni, anche in questo caso per fortuite coincidenze, il numero delle testuggini nel giardino a terrazzamenti aumentò e con esso anche la conoscenza più approfondita di questo incredibile, primitivo e misterioso animale.

Fu così che, scoprendo la caparbietà nel trovare vie di fuga, Roberto iniziò a costruire decine e decine di metri di recinzioni, mentre ogni taglio d’erba era dedicato a formare morbidi cumuli presso cui ripararsi durante il letargo invernale.

Camilla sapeva che da lui non poteva pretendere di più. Infatti quando per motivi di lavoro doveva restare in città, al ritorno del marito dalla campagna il massimo di informazioni che forniva era “Ho visto il Vecchione”, oppure “Ho visto il Chiaro” o “lo Scuro” nel terrazzamento superiore a quello più popolato (gli studi suggerivano di tenere un maschio ogni tre/quattro femmine, per cui due maschi erano in isolamento su un altro corridoio). Quando andava bene il commento di Roberto era “Mentre vangavo c’erano un po’ di tartarughe che mi giravano attorno”.

Era Camilla che le riconosceva ad una ad una: ognuna aveva il suo nome ed era identificabile per forma, colore e sesso. In particolare su quest’ultimo aspetto Camilla aveva appreso notizie peculiari nonché stravaganti: dopo l’accoppiamento la tartaruga può immagazzinare lo sperma fino a sei anni, il sesso è determinato dalla temperatura ambientale, si riconosce il genere solo quando la tartaruga diventa adulta.

Ciò che differenzia un maschio dalla femmina è il piastrone, più concavo nel maschio, e la sua coda ben più grossa e lunga.

Accadde che un anno la sua vicina di casa le consegnò due tartarughe baby poiché il suo nuovo cucciolo di cane mostrava una predilezione per la caccia ad ogni essere semovente.

Camilla però entrò subito in allarme: così piccine sarebbe stato pericoloso per loro vivere in quei terrazzamenti erbosi sia per l’alta probabilità di essere schiacciate, sia per diventare prelibato cibo di topi, corvi, poiane o altri predatori.

Fu così che decise di trovare loro una famiglia affidataria. I due esserini vennero consegnati alla figlioletta di una coppia di amici, amante degli animali e convinta che da grande avrebbe avuto una tigre.

Li chiamerò Gilda e Giotto” dichiarò, nonostante fosse ancora impossibile distinguerne le differenze sessuali.

Comunque l’accordo fu che l’estate l’avrebbero passata nel giardino di Camilla e Roberto e l’inverno in città, fintanto che la passione infantile fosse rimasta accesa.

Dal canto suo Roberto si trovò nuovamente alle prese con la costruzione di un recinto, ignorando che se pur piccine già manifestano testardaggine e desideri di libertà. Durante la seconda estate di villeggiatura Giotto, non si sa come, riuscì a scavalcare il recinto e sparì. L’ipotesi fu che probabilmente un corvo se ne era fatto un sostanzioso boccone.

Quella chiamata Gilda, in compenso, fu confermata nella sua “femminilità”, riconosciuta da Camilla dopo averla girata sottosopra al compimento del quinto anno di età, coincidente con l’entrata fissa ufficiale nel gruppo delle adulte, vicino alle quali appariva ancora più minuta.

Ogni anno, verso marzo/aprile, Camilla iniziava con apprensione le sue perlustrazioni per verificare il risveglio delle sue protette. “Gilda ce l’ha fatta” esclamava ogni volta quando la vedeva. La tenera piccina non era comunque così sprovveduta: rispetto alle sue compagne infatti faceva capolino anche nelle giornate di dicembre, quando il sole batteva sul cumulo di erba secca dove si seppelliva. Forse sentiva la necessità di rinforzarsi, visto che la sua crescita andava abbastanza a rilento suscitando quindi sentimenti di protezione nei suoi riguardi.

Quando Camilla arrivava in giardino con le leccornie preparate per l’intero gruppo, i bocconi migliori erano per Gilda.

Una volta accertato il risveglio capitava di non vedere più le tartarughe per parecchio tempo o per il troppo caldo o per l’improvviso freddo che poteva arrivare anche a metà maggio.

In un giugno rovente sparirono quasi tutte (Camilla imparò che esiste anche l’estivazione oltre al letargo). Quando finalmente la temperatura scese di qualche grado, pian piano rispuntarono. Anche Gilda venne avvistata da Camilla vicino ai vasi delle zucchine. “Bentornata Gilda, dove ti eri cacciata?” fu il suo saluto.

Poi la guardò meglio, le sembrava diversa, di un colore più scuro, un carapace più gibboso e un’espressione (perché anche le tartarughe hanno una loro mimica facciale) meno timida. Le allungò un fiore di tarassaco e tornò alle sue coltivazioni.

Poco dopo però la vide inseguire Minerva, dieci volte più grande di lei, con un atteggiamento di “cacciatrice”. Istintivamente la prese in mano e fissò il suo sguardo predatorio. Tenendola in posizione verticale si accorse che la coda si era parecchio ingrossata e che il piastrone era leggermente concavo.

Camilla esclamò: “Ma Gilda, tu sei un maschio!”. Corse da Roberto per annunciargli la novità.

Il marito non si sarebbe permesso di dubitare delle sue competenze in materia, per cui bofonchiò qualcosa a proposito di uno sviluppo ritardato e proseguì con la potatura delle rose.

Camilla, dal canto suo, continuava ad arrovellarsi su quel tardivo cambio di sesso che si manifestava in un’oppugnabile evidenza.

Se ne dolse anche parecchio: un altro maschio aumentava il numero degli insistenti corteggiatori. E poi, insomma, lo concepiva come una specie di tradimento. Come avrebbe dovuto chiamare adesso quella che per lei era sempre stata Gilda? Optò per Efebo.

Qualche giorno dopo Roberto, che stava cercando di aiutare le coltivazioni stremate dal caldo, informò: “Credo di aver visto l’ermafrodito, è là vicino al cumulo grande”.

Camilla, andando in quella direzione, strabuzzò gli occhi e credette di avere un’allucinazione da colpo di calore: “Ma quella è Gilda!” La raccolse, la girò e la coda era il lampante segnale di una femmina.

Mentre ragionava fra sé e sé sulla propria sanità mentale, a pochi metri vide un’altra tartaruga avvicinarsi. Ancor più sbalordita, ripetè le stesse azioni: la raccolse, la girò e la coda era quella di un maschio!

Tornò con le due tartarughe da Roberto: “Gilda è Gilda e questo che gli assomiglia è un maschio”. Così dicendo gli mostrò le due tartarughe capovolte, meravigliandosi che il marito non dimostrasse lo stesso suo sconcerto.

Se prima l’ossessione era l’interrogativo su come potesse verificarsi uno sviluppo così ritardato (Gilda nella sua piccola dimensione entrava nel decimo anno di età), ora la domanda era da dove sbucava quella nuova testuggine.

Una paranoia l’assalì: e se qualcuno si fosse introdotto nel giardino e avesse prelevato una femmina lasciando come ricompensa il maschietto? Non vedeva Dafne da molto tempo e perciò iniziò una frenetica ricerca che si concluse nell’avvistamento dell’ignara bestiola in un terrazzamento sottostante.

Del resto, chi avrebbe potuto compiere un furto del genere? Solo i giardinieri possedevano le chiavi per le potature invernali ed estive e dopo tanti anni sapevano perfettamente quanto Camilla tenesse alle sue creature.

Roberto non si poneva tanti dubbi: c’era una tartaruga in più, non era contenta la sua adorata moglie?

Ma Camilla era testarda e fra mille assilli, quesiti e supposizioni, di una sola cosa era veramente felice: Gilda non l’aveva tradita.

Però il pensiero compulsivo non l’abbandonava: come era avvenuta la materializzazione di quel nuovo abitante?

Poi, all’improvviso, una folgorazione.

E se … e se … e se … tanti anni addietro, i giardinieri dopo la pulizia dei muri avessero trasportato i cumuli di erba all’ultimo piano, dove veniva raccolto il materiale vegetale, rastrellando inavvertitamente anche Giotto? Si parlava di un esserino dal guscio di circa 4-5 centimetri.

Chissà, magari lassù fra sterpaglie, ortiche, tarassaco e trifoglio era riuscito a sopravvivere e, più grandicello, era partito per l’esplorazione dei sentieri sottostanti.

Vedendoli accanto, le dimensioni erano abbastanza corrispondenti e, cocciutamente impegnata a cercare tracce sulle origini, Camilla recuperò un video effettuato quando la coppia era ospitata dalla famiglia affidataria: uno dei due era un po’ più scuro e con un carapace a cupoletta.

Camilla esternò le sue considerazioni a Roberto, il quale si limitò ad osservare: “Dopo sette anni? Mi sembra un po’ fantasiosa come teoria”.

E’ vero, sette anni sono tanti, ma la crescita delle tartarughe è lenta. Camilla non si arrese a quelle parole e pur riconoscendo che nessuno avrebbe potuto documentare o spiegare come e perché quel nuovo esemplare si fosse ricongiunto al resto della tribù, confermò l’esito delle sue ricerche: “Per me è Giotto e comunque sia questo sarà il suo nome”.

Lascia un commento