UNICO INDIZIO UN FIOCCO GIALLO

Il corpo galleggiava nell’acqua.

Una telefonata anonima ne aveva segnalato la presenza.

Disteso supino, giaceva nel canale costeggiante la strada che porta alla periferia, verso i campi coltivati.

Come una copia distorta dell’Ophelia di Millais, la vittima aveva fiori tra le mani, margherite e papaveri, che andavano disperdendosi intorno al corpo.

Le labbra rosso fuoco apparivano gonfie di silicone come pure i seni turgidi che si ergevano ritti sotto l’abito leggero. Un grande fiocco giallo ornava i capelli.

Si trattava di Lolita, al secolo Diego Duarte, trentenne di nazionalità argentina che lungo quelle strade offriva quotidianamente i suoi servigi senza l’ausilio di alcun protettore.

L’ultima persona ad averla vista viva risultava essere il vicino di casa, ragionier Bianchi che, fresco di pensione, avendo nei dintorni un piccolo appezzamento di terreno adibito ad orto, spesso accompagnava il coinquilino al posto di lavoro.

Raccontava, il ragioniere, di averla lasciata alla solita postazione intorno alle 14 e non averla vista o sentita rientrare la notte o la mattina seguente, come solitamente accadeva.

Causa della morte risultava essere asfissia meccanica; un sacchetto in plastica rinvenuto nelle vicinanze venne repertato per le necessarie verifiche.

Le indagini si indirizzarono quindi intorno al colorito e duro mondo della prostituzione.

Le amiche e colleghe più vicine alla vittima furono convocate in commissariato.

Nei giorni seguenti una serie di bizzarri personaggi sfilò negli austeri locali deputati alla ricerca della giustizia.

Unanimemente confermarono che Lolita lavorava sola, comunque rispettata, o forse tollerata, dai “boss”.

Non aveva nemici. Talvolta raccontava di qualche cliente particolarmente esigente ma mai si era trovata in situazioni di rischio.

Le amiche erano inoltre a conoscenza degli ottimi rapporti instaurati con gli abitanti del palazzo in cui abitava, che definiva accoglienti e privi di pregiudizi.

Una vita senza ombre, nonostante tutto.

Gli investigatori raccolsero la testimonianza del rag. Bianchi, il quale inaspettatamente riferì invece di un potenziale sospettato: tale Brutus, pappone locale temuto da Lolita che, a suo dire, l’avrebbe più volte minacciata di morte per il suo agire libera da protezioni e quindi cattivo esempio per le altre “ragazze”.

Queste ultime furono quindi convocate nuovamente per un approfondimento ed i grigi uffici tornarono a riempirsi di colori e voci acute.

Qualcosa di nuovo emerse; zone oscure precedentemente omesse.

Si apprese che la vittima era solita applicare tariffe ridotte e per questo talvolta accusata dalle colleghe di concorrenza sleale, ma i diverbi si risolvevano sempre con reciproci insulti e successiva riappacificazione.

Non essendo legata ad alcun protettore, occasionalmente si spingeva fuori dalla propria zona invadendo spazi altrui con conseguenti baruffe, anche in questi casi presto sopite, con coloro che ne accampavano presunti diritti.

Nessuna di loro conosceva Brutus.

Si indagava su più fronti.

I familiari, rimasti in Argentina, pur essendo a conoscenza, loro malgrado, del percorso di transizione intrapreso dal figlio, erano ignari della tipologia di vita che questi conduceva e non potevano quindi essere d’aiuto.

Durante la perquisizione a casa di Lolita gli agenti rinvenirono un quaderno di appunti con date di incontri e, disseminati qua e là, brevi pensieri personali.

Spesso nelle annotazioni vi erano evidenti riferimenti a persone, citate tuttavia con una sola lettera: “ a pranzo da P”, “stasera da F”, “ricorda regalo G”.

La lettera maggiormente utilizzata era la P; non si poteva comunque escludere che fosse collegata a diversi individui o che fosse una semplice sigla priva di riferimenti ad un nome reale.

Le note destinate a P, apparivano di diverso tenore rispetto alle altre, facendo emergere un rapporto estraneo all’ambito lavorativo.

“P. dice di amarmi”, “non voglio ferire P”, “P. si sta facendo insistente”, “se P. continua sarò costretta a parlare”, “in fondo P è tanto buono con me”.

In una pagina con la sola scritta “da parte di P” erano state ritrovate essiccate una margherita ed un papavero.

“P” era ora il principale sospettato.

Le indagini ripresero da dove erano partite riascoltando i soggetti vicini alla vittima.

Le incomprensioni e inimicizie con le colleghe, emerse nel primo interrogatorio, furono oggetto di ulteriori ricerche ma non portarono a nulla.

Gli investigatori si recarono nuovamente dal ragionier Bianchi, nella speranza potesse fornire ulteriori elementi utili.

Trovarono invece la moglie, la signora Rosa, che gentilmente li invitò ad entrare offrendo loro il consueto caffè.

Indossava un grembiule fiorato che, scusandosi coi presenti, si affrettò a togliere, per decoro. Una donna d’altri tempi.

Riferiva agli agenti che il marito, come di consueto, si era recato presso l’orto che accudiva giornalmente con dedizione.

Con particolare enfasi si affrettava a precisare che il “suo” Paolo nulla poteva avere a che fare con questa brutta storia perché quella mattina, dopo aver accompagnato l’amica, era passato in farmacia ad acquistare, dietro sua richiesta, i medicinali che lei doveva quotidianamente assumere e che sbadatamente aveva terminato. 

Conservava lo scontrino che mostrò con fierezza.

Quindi il signor Bianchi, l’ultima persona ad aver visto Lolita viva, si chiamava Paolo: forse “P”?

La polizia lo raggiunse per i necessari approfondimenti; era lì intendo ad innaffiare quell’orto ben curato e contornato da rigogliosi cespugli di margherite e papaveri!

Lo trasferirono in caserma dove, dopo un pressante interrogatorio, crollò: lui amava Lolita e, sì, quegli appunti si riferivano al loro legame.

Una volta, forse per riconoscenza o per pietà, lei gli si era concessa, e da quel momento era diventata la sua ossessione.

Lei ne soffriva; avrebbe voluto conservare quella sincera e ormai antica amicizia, ma le pretese e le insistenze di Paolo erano tali che, in un momento di rabbia, aveva minacciato di raccontare tutto alla moglie.

“Quindi lei temeva che Lolita raccontasse tutto a Rosa, per questo l’ha uccisa!”

Il Bianchi giurava di essere innocente, non avrebbe potuto farle del male perché lui…l’amava!

L’interrogatorio prosegui per ore.

Quanto aveva raccontato non faceva che accrescere i sospetti; “ed i fiori?” gli chiesero, “Come si spiegano?”

Il ragioniere sembrava ora più vecchio e minuto, scoppiò in un pianto incontenibile.

“Li ho messi io. Dopo la farmacia sono tornato da lei, avevo acquistato un profumo che volevo donarle. Le piacevano tanto! Non trovandola ho camminato nei dintorni; a volte si allontanava un poco, forse in cerca di maggiore visibilità. Quando l’ho vista ho sentito il mio cuore spezzarsi”

Parlava singhiozzando.

L’agente gli offrì dell’acqua e attese un poco poi chiese: “cosa ha fatto poi?”

“Ero paralizzato dal dolore. Mi sono guardato attorno, il colpevole poteva essere ancora nella zona. Ho pensato ad un cliente insoddisfatto, a un balordo in cerca di soldi. Nulla, solo un grande silenzio. Lei era come l’avevo lasciata, unico particolare un fiocco giallo fra i capelli. Improvvisamente ho provato una gran pena per quel corpo abbandonato come un oggetto senza valore e così sono corso al mio orto, ho raccolto quei fiori, che tanto significavano per me e che tante volte le avevo donato, e li ho posati su di lei…la mia principessa. Poi ho fatto la telefonata che conoscete, utilizzando il suo stesso telefono.”

Di nuovo le lacrime presero a rigare il volto di quel pover’uomo affranto dal dolore.

Ciò non bastava certo a scagionarlo dalla pesante accusa di omicidio ora che, gli indizi raccolti si erano fatti gravi, precisi e… quasi concordanti.

L’interrogatorio continuò incalzante: “e la storia di Brutus il pappone?”

“Pura invenzione, nel tentativo di allontanare i sospetti da me”

Il ragionier Bianchi negava ogni accusa, piangendo come un fanciullo.

Agli inquirenti servivano nuove prove, quelle emerse erano solo indiziarie; il farmacista aveva confermato che Il Bianchi, nella presunta ora del delitto, si trovava in negozio, le telecamere interne lo avevano ripreso.

La svolta nelle indagini arrivò per pura casualità.

Gli agenti tornarono ad intervistare gli abitanti del palazzo nell’intento di verificare l’esistenza di eventuali rancori mai sopiti.

Tutti i condomini si dimostrarono collaborativi confermando quanto Lolita fosse benvoluta.

Suscitò curiosità la testimonianza della signorina Elda, settantenne dirimpettaia dei Bianchi: “povera Rosa, il marito accusato di omicidio, che disgrazia! Per fortuna lo ha mandato in farmacia, per lo meno ha un alibi. Chissà poi perché ha chiesto a lui di andarci, poco dopo la chiamata, stavamo prendendo un caffè insieme, è uscita di gran fretta dicendomi che doveva andare proprio in farmacia.”

Il farmacista, che ben conosceva la coppia, confermò che, poco prima dell’arrivo del ragioniere, era passata la di lui moglie che aveva acquistato del cloroformio per la vicina, così aveva riferito.

Non fu difficile ottenere una piena confessione.

Rosa temeva che il marito la lasciasse.

Dopo decine di anni di matrimonio non occorrevano parole, lei aveva capito.

Accusava in cuor suo Lolita di averlo stregato, illuso, di avergli fatto credere che un nuovo capitolo della sua vita, che ormai si apprestava al tramonto, fosse possibile.

Decise di agire.

Acquistò il cloroformio, raggiunse la donna mentre il marito era lontano.

Si giustificò per l’insolita visita raccontando di avere urgente bisogno di parlare con Paolo ma non essendo riuscita a contattarlo telefonicamente e non avendolo trovato nell’orto aveva pensato potesse essere lì con lei.

Poi le disse: “guarda che fiocco per capelli mi hanno regalato. Certo non si addice al mio colore. Starebbe bene sui tuoi capelli nero notte. Posso mettertelo e vediamo come ti sta?”

Aveva con sé una tale quantità di cotone impregnato di liquido, che una macchia scura si stava allargando intorno alla sua tasca.

Ma Lolita non la notò, oppure non volle essere scortese.

Rosa andò alle sue spalle e le accarezzò i lunghi capelli prima di agire.

Non era certa del risultato e si stupì della sua stessa forza quando vide la vittima perdere i sensi.

Finì il lavoro stringendole un sacchetto intorno al collo, per poi spingerla nella vicina roggia.

Era pur sempre una puttana, chiunque avrebbe potuto essere il colpevole.

Lascia un commento