Coazione a ripetere

Di famiglia appartengo a una generazione contadina, rude e di poche parole. Da mio padre ho ereditato scarni insegnamenti, ma di uno sono diventato massimo esperto: “Dire pane al pane e vino al vino”, poiché, “se sei maschio – mi educò – non devi fare la femmina, non devi perderti in smancerie, devi sempre far valere le tue opinioni”.

E io così ho sempre fatto, con risultati non propriamente esaltanti.

In seconda media fui sospeso per tre giorni poiché, all’insegnante di storia che mi aveva sorpreso a scarabocchiare sul libro, esplicitai in modo franco il mio pensiero: “Così non mi addormento, Lei è così noioso quando spiega”.

Tardo adolescente, fui respinto al mio primo timido approccio carnale, quando le mie mani indugiarono su fianchi femminili decisamente pingui: “Sei troppo grassa, dovresti mettere giù qualche chilo!”.

Nella mia storia di impiegato, non ottenni mai una promozione, anzi, a dire il vero, il direttore sembrò avermi preso in antipatia dopo che gli annunciai che sono solo i raccomandati a fare carriera. Nulla di offensivo, visto che tutti sapevano della sua parentela col sindaco del paese e, inoltre, non avevo fatto alcuna allusione alla sua persona.

Ora, a quarant’anni, mi ritrovo senza moglie e senza amici. La prima se n’è andata sbattendo la porta, accusandomi di boriosità e saccenteria, gli altri, a rifletterci bene, erano esclusivamente sue conoscenze. Solo Renata, a una mia diretta richiesta del perché di quella fuga, è riuscita a proferire il suo pensiero: “Sei insopportabile, ipercritico e giudicante”.

Ho deciso di iniziare una psicoterapia. Lo psicanalista mi sta aiutando a trovare le ragioni della mia insoddisfazione, facendomi concentrare sul rapporto paterno e sulle relazioni con le persone che mi circondano. I miei principali ricordi sono basati sulla sincerità schietta e aperta, ma evidentemente gli esseri umani preferiscono ipocrisia e falsità.

Giunti alla quindicesima seduta, il terapeuta mi ha spiegato che devo cercare di dire ciò che penso tenendo conto delle altrui sensibilità, caratteri ed emotività, altrimenti pago lo scotto della solitudine.

Mi sembra di pagarla già a buon prezzo, visto il suo onorario!”, ho immediatamente replicato.

Mi ha congedato perché pare proprio che io non sia disposto a cambiare.

E io infatti voglio continuare a dire ciò che penso. Mi piacerebbe però capire perché anche gli altri non facciano altrettanto.

(Esercizio: spiegare perchè NON bisogna mai dire ciò che si pensa)

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