Cuore a pezzi

Parole chiave: scena, acquetta, erbette, Firenze, ascendenza, acerbezza, efficienza, accento, badessa, accademia, contessa, accetta, Empoli, maglietta, cicaleccio, capelli, febbre, stelle, argento, mangiatoia

A Firenze la contessa, che vantava un’altisonante ascendenza, mi aveva accolta come una figlia.

Era intrappolata in quell’età ove lo specchio rimanda giorno dopo giorno l’immagine di una sfioritura inarrestabile, e subito mi accorsi di quanto invidiava la mia acerbezza, il mio incarnato roseo, i miei capelli lucenti come stelle d’argento.

Nelle giornate di festa soleva invitare amici e personaggi di spicco del paese: il sacerdote, il farmacista, il sindaco, la badessa proveniente dal lontano convento di Empoli; insomma le massime autorità locali.

Non disdegnava tuttavia la presenza di piacenti e colti giovanotti che allietavano i presenti, in quei pomeriggi talvolta interminabili, con un soffio di leggerezza ed allegria.

In uno di questi ricevimenti conobbi Giovanni che, come me, frequentava l’accademia.

In quell’occasione, come per Paolo e Francesca, “galeotto fu il libro” che gli prestai: la restituzione fu il pretesto per rivederci e da quel giorno “più non vi leggemmo avante”.

Da quel momento l’atteggiamento della contessa mutò.

Non avevo dato ascolto a quel cicaleccio di paese che la descriveva in balìa di una febbre d’amore per colui che mi aveva  conquistata.

Dovetti ricredermi: trovai entrambi nello studio immersi in un’animata discussione. Dalla stanza a fianco potevo ascoltare i loro discorsi e osservare, nascosta, la scena: la donna pontificava su questioni di efficienza e competenza, e con accento solenne prometteva un fulgido futuro professionale a colui che aveva di fronte.

Immaginavo gli occhi di Giovanni, brillare di desiderio per quella vita, da sempre immaginata  e sognata, farsi ora così vicina e reale. Tutto ha un prezzo. Lui era disposto a pagarlo.

Com’era potuto succedere? Mi sentivo come un’eroina dell’ottocento, una Madame Bovary dei giorni nostri. No. Quel ruolo non mi si addiceva affatto.

Presi il trolley e me ne andai, senza un saluto, senza commiato.

Camminai a lungo nei vicini campi, il contatto con la natura leniva le mie ferite.

Sostai un poco nei pressi di una fattoria. Osservai ciò che avevo intorno: i covoni , belli, perfetti come opere d’arte, i pulcini pigolanti, l’erbetta sotto le mie scarpe e qualche coniglietto fuggitivo che, saltando in una pozza, rinfrescava, con quella acquetta mattutina, le svolazzanti amiche galline.

Accanto alla mangiatoia era stata riposta una accetta, simbolo del duro lavoro contadino così lontano dal mondo che avevo appena lasciato.

Serviva un gesto di rinascita, qualcosa che spalancasse le porte al mio nuovo futuro: presi la maglietta regalatami da Giovanni, con quell’imbarazzante enorme cuore rosso di paillettes sul petto, e con quell’attrezzo primitivo…la feci a pezzi.

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