Quando imparai l’uso delle posate

Mia madre sapeva raccontare le storie.

Bambina riottosa e viziata, l’unico modo per quietarmi era ricorrere all’incantamento della favola.

Come, per esempio, quando mi ostinavo a voler usare solo il cucchiaio, sebbene, seduta a tavola, conoscessi ormai le regole del corretto uso di tutte le posate.

Stanotte che diranno di te?” scherzava mamma, mentre cantilenava la taumaturgica filastrocca coniata per l’occasione:

Il coltello taglia e trita

a eccezione delle dita;

la forchetta, accidenti,

dappertutto affonda i denti:

il cucchiaio è raffreddato:

lui, sta sempre nel bagnato!

E così canticchiando, fingeva di coprire il cucchiaio col tovagliolo, affinché guarisse più in fretta.

Perché di notte loro ballano e si raccontano cosa ti hanno dato da mangiare” spiegava e, a dimostrazione di quanto affermato, accostava la parte concava del cucchiaio, rivolta verso il basso, all’impettito coltello, iniziando un comico balletto.

E io, ammaliata da quella strana coppia, impugnavo senza capricci la solitaria forchetta. Ma nel frattempo immaginavo notti brave, dove cucchiai e coltelli piroettavano abbracciati, con forchette sull’attenti e cucchiaini che tentavano di avvicinarsi agli improvvisati ballerini. Di sottofondo un diffuso cicaleccio, a commento di quanto avevo ingerito grazie al loro aiuto.

Nell’età in cui ancora l’animismo imperversa, una notte, di soppiatto, volli assistere alla ridda scatenata della posateria e, soprattutto, ascoltare quanto dicevano di me. Con cautela mi avvicinai alla cucina e sbirciai, badando di non essere scoperta.

Il cassetto dove erano deposti gli utensili da tavola era chiuso. Quando lo aprii, potei solo costatare il loro sonno profondo.

Forse”, risolsi la questione, “le posate dormono perché sono troppo stanche, visto che adesso le faccio lavorare proprio tutte!”.

(Esercizio sulla vita notturna delle posate)

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