Le stelle di Vincent

Mi hanno richiesto di descrivere un dipinto famoso a una persona non vedente.

Beh, sai, non so come appare il mondo quando gli occhi non vedono.

Ho provato a tenere chiusi i miei, ma non ho saputo riconoscere il colore, so solo che c’era il nulla.

Probabilmente ho peccato di immaginazione nel supporre che quel nulla fosse assimilabile al buio, allo scuro, al nero.

Ciò che è oscuro, tenebroso, alimenta la paura perché ti impedisce di distinguere lo sfondo dal primo piano, costringendoti ad avanzare a tentoni per raccogliere indizi su ciò che ti circonda.

La notte, per antonomasia, rappresenta il momento più vicino a quello stato di cecità.

Per questo ho scelto la Notte stellata di Vincent Van Gogh.

Ho sempre trovato questo dipinto molto suggestivo e coinvolgente: quella tela è stata realizzata durante la degenza di Vincent in manicomio.

Perchè parlarti proprio di questa opera? Forse perché la percepisco molto lontana da ciò che noi crediamo reale.

L’esperienza della visione è incatenata alla razionalità del nostro cervello, mentre la visionarietà immaginifica ci conduce verso spazi ignoti, proprio là dove dimorano le nostre emozioni.

La notte, nel nostro pensiero, dovrebbe essere buia e le stelle piccoli puntini disseminati nel trancio di universo che ci appare.

Nel quadro di Van Gogh, invece, le stelle sono grandi come soli e il colore giallo, quello più prossimo alla luce, le rende radiose a tal punto che, insieme al quarto di luna, il cielo ne è rischiarato assumendo una tonalità blu chiaro, nel contempo eccitante e appagante.

Siamo infatti abituati a vedere le stelle quando la notte è serena, ma nella tela c’è qualcosa di dissonante: pur essendo illuminato dagli astri, questo cielo è agitato, trafitto da vortici che si rincorrono in giocose spirali.

E’ un cielo simile a un mare ondoso, i cui spumeggianti cavalloni risaltano sotto la luce delle rotonde stelle.

In questo turbinio, sul lato sinistro, si staglia la vetta di un cipresso, la cui cima si incunea fra le enormi lampadine del tetto del mondo.

Il cipresso, di solito, simboleggia un’appartenenza sepolcrale.

Eppure il cipresso è fiero,alto, slanciato, non si disperde in rami e ramaglie. La sua chioma è raccolta, compatta, attorno ad un tronco saldamente avvinghiato al terreno.

Non ha paura del vento, il cipresso, perché la sua colonna è inamovibile e ben lo sanno gli uccelletti che, nella stagione degli amori, nidificano sicuri tra i suoi corti rami.

Ecco dunque che nei marosi della zona aerea, stabile e abbarbicato al suolo, la sommità del cipresso pare quasi congiungere la sicurezza delle radici affondate nella terra a quel fluttuante movimento della notte, orgoglioso di rivendicare il suo stare nello spazio del mondo convulso.

Cos’altro vede Vincent dalla sua finestra del manicomio?

Laggiù a valle, abbracciato dai monti, un nugolo di casupole strette l’un l’altra, col campanile della chiesa che, al pari del cipresso in primo piano, sembra dominare quei tetti sotto cui si riparano i viventi.

Questo è ciò che vedono i miei occhi in quel dipinto: la notte stellata di Vincent scioglie le briglie all’immaginazione, donandole la libertà di rappresentare le proprio inquietudini nelle forme più fantastiche, di creare cioè un’altra realtà dove tutto può accadere, proprio perché filtrata dalle personali visioni e non da ciò che sembra apparire ai sensi.

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