una storia, diversi punti di vista (un topo, un automobilista, una signora, un bambino)

TOPO: Miiinchia le risate oggi! Ero appena uscito dal mio buco fetuso e chi ti vedo? la signora Carla, come sempre, tutta impettita con quel figlio di un cane al guinzaglio, agghindato come in una parata, ridicolo e inguardabile come una betulla addobbata con le palle di natale in agosto. E che ti fa ‘sto damerino? “Esce pazzo” per il gatto che si stava intrufolando nel bidone della spazzatura e via che lo rincorre, trascinando la Carla. Quasi finiscono sotto l’auto che, per evitarli si schianta invece contro il bidone: esce scappando il gatto, il cane dietro di lui trascinandosi la padrona e l’autista che li rincorre con in mano la constatazione amichevole. Le risate!!! Ah…nel frattempo dal bidone è caduta una succosa lisca di pesce per me: beati gli ultimi.

AUTISTA:  ma è mai possibile? Avevo appena messo a punto il colpo del secolo allo sportello delle Poste e stavo percorrendo il viale principale ad una velocità non troppo sostenuta, per non dare nell’occhio, mentre nel baule sostava comodamente sdraiata la sacca colma del mio “futuro”. Ed ecco che improvvisamente, come in un incubo o in un banale sketch comico, mi si para davanti una sequenza di immagini: un gatto rincorso da una cane seguito da un lungo guinzaglio alla cui estremità una elegante signora tentava, senza riuscirvi, di mantenere un atteggiamento composto mentre la forza dell’animale la costringeva ad aprire gli arti superiori e inferiori tanto da sembrarmi, lì per lì, un’enorme “X” quasi fosse il segnale dei binari privi di sbarre. Sterzo bruscamente ed…eccomi contro il lampione. Scendo, mi accerto che la signora stia bene, minimizzo (voglio andarmene!) ma la donna vuole accordarsi per l’assicurazione, la rassicuro, si tratta di danno da poco, lei insiste, qualcuno ha chiamato le autorità, i vicini accorrono, arrivano gli agenti e…solo allora vedo che dal cofano, apertosi nell’impatto, fa capolino un ossimoro: il mio “ex” futuro

LA PADRONA DEL CANE: Quando Zio Ernesto se ne andò (banale eufemismo per non utilizzare scaramanticamente il nome della nera signora) pensò bene di lasciare a noi, unici nipoti ed eredi (che aveva visto una sola volta, giusto il giorno della nascita, quando ancora pensava, giovane e meno scafato, che in talune occasioni fosse sconveniente mancare), oltre a consistenti debiti di gioco anche quel pulcioso colosso cui aveva pensato bene di dare nome Matteo! (nome a me doppiamente inviso per questioni, strano a dirsi, squisitamente …politiche). Così nei giorni pari tocca a me l’irritante compito di portar fuori l’animale per… le solite cose da cani. Armata di guinzaglio, guanti, sacchettini plastificati e l’immancabile broncodilatatore per l’allergia che pure mi provoca, parto quindi per l’ingrato dovere. Decido di rendere meno sgradevole la mattinata concedendomi, prima che sia costretta a destreggiare tra le mani le misere deiezioni di Matteo, un cappuccino e relativa brioche ripiena di crema pasticciera, al bar sotto casa. Nella vita ciò che ci accade è spesso questione di attimi: il pulcioso mi dà uno strattone tale da far volare, prima che potessi addentarla, la mia compianta brioche ed il caffè finisce sul mio nuovo soprabito dalla tenue tinta pastello!

Come in un flash back rivivo un episodio dell’infanzia, quando al cinema, durante l’intervallo, me ne uscivo, con aria tronfia, dal baretto oratoriale con tra le mani una fragrante pizzetta. A quei tempi considerata una merenda lussuosa (quando ancora le sale non erano ammorbate dal disgustoso odore di popcorn importato da quei buongustai degli americani) raramente i genitori la concedevano. Quel giorno mi sentivo fortunata e mentre le ghiandole salivari cominciavano il lavorio che preannuncia l’arrivo di qualcosa di sublime per il palato, un ragazzino che impersonava alla perfezione un moderno Lucignolo, mi strappò il tesoro gastronomico dalle mani lasciandomi con un senso di impotenza, misto a sete di vendetta, peraltro irrealizzabile. Ripresa dal momentaneo nostalgico triste ricordo, realizzo che l’idiota col pelo sta cercando di raggiungere il gatto, ben più scaltro, che staziona solitamente sul davanzale di una vicina finestra. Ovviamente non riesce nel suo intento ma genera un ingorgo tale da far insorgere ogni passante contro… la sottoscritta! Urla, schiamazzi, epiteti di varia natura, non certo indirizzati alla povera e innocente bestiola, bensì contro la scriteriata padrona alla quale, qualche Azzeccagarbugli di passaggio, affibbia pure una non meglio precisata culpa in vigilando.

BAMBINO: la mamma non vuole che Bianchina, la nostra gatta, esca di casa. Dice che il cagnone della vicina poi la rincorre.

A me non piacciono i cani, mi fanno paura perché hanno i denti appuntiti, anche quando sono cuccioli. A scuola quando abbiamo fatto le squadre per giocare a bandiera ci siamo divisi tra chi preferisce i gatti e chi i cani: la squadra dei cani però era più numerosa.

Non mi piace tanto neppure la vicina: quando ci incontriamo parla con la mamma, io non ascolto i loro discorsi ma il suono della sua voce mi ricorda il verso delle galline del nonno quando porta loro il mangime, poi mi dà sempre una carezza e la sua mano è così profumata che quell’odore mi rimane addosso così poi i miei compagni mi prendono in giro dandomi della femminuccia. Vuole che accarezzi il suo cane “non preoccuparti, non ti fa niente” dice sempre; ma io non voglio, non mi piace neppure il suo pelo.

Comunque  la mamma ha proprio ragione: oggi infatti è successo proprio come ha detto lei. La signora è uscita col suo grosso cane che si chiama “Frugoletto” (Bleah!) proprio mentre Bianchina stava andando verso il bidone della spazzatura, che puzza tanto ma a lei piace lo stesso. Così  Frugoletto l’ha vista e le è corso dietro, facendo perdere l’equilibrio alla padrona, che aveva dei tacchi altissimi, e così è caduta sbucciandosi le ginocchia. Quasi piangeva mentre chiedeva ai passanti di aiutarla. Poi è successo un gran pasticcio: tutti urlavano, le macchine suonavano, il cane abbaiava. Io ero preoccupato per Bianchina così, appena è tornata a casa, l’ho nascosta sotto il letto.

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