All’ultimo passo

Non voglio crepare”.

Non mi aveva nemmeno salutato, Roberto, dopo l’annuncio della madre: “C’è la dottoressa”.

Sappia che ho chiesto di lei e non del prete perchépreferisco una strizzacervelli alle panzane ridicole di chi sa solo blaterare di un essere supremo che ti mette alla prova. Peccato che io non voglia crepare. Non sono pronto. Come scrive un suo collega?Essere di fronte alla morte è come cercare di fissare il sole’: ecco, io proprio non ci riesco”.

Mi avevano colpito il suo riferimento a Irvin Yalom e i numerosi libri che giacevano sul comodino, esplicitamente riferiti alla morte e al morire. Le sue parole inoltre rimbalzavano nella mia memoria riportando alla luce la stessa attonita rabbia dei versi di Boris Vian: “Crepare? “Non puoi, come faccio? (Come si fa?)”.

Beh, allora, in che cosa consiste ‘sto sostegno al morente?” aveva continuato con un irritante sarcasmo.

Ero stata informata del caso: 40 anni, una brillante carriera di musicista, un carattere ombroso e la ricerca di un totale isolamento dal mondo circostante, eccezione fatta per gli accessi del medico palliativista, indispensabile per il controllo del dolore causato dal glioma cerebrale e dai “tentacoli”, come aveva soprannominato le metastasi che ormai invadevano le ossa a soli tre mesi dalla diagnosi.

In équipe l’obiettivo indicato sulla sua scheda era di attivare il sostegno psicologico per aiutarlo a gestire la rabbia e contrastare il ritiro sociale.

Mi guardai attorno: la camera era ampia, con una porta finestra che dava sul balcone del viale d’ingresso, colorato da roseti in piena fioritura, e un altro affaccio sul fazzoletto di orto, laterale all’abitazione. Sulla parete prospiciente al letto spiccava una porta chiusa, dipinta di giallo paglierino, inondata da note musicali galleggianti nel vuoto.

Lì la morte è già passata” fu il suo lapidario commento quando i miei occhi lo interrogarono.

Lì c’ero io, la mia anima, la mia mente. Adesso questo cancro schifoso mi ha tolto tutto dalla testa: io … io non riesco più a sentire la musica, capisce? Cerco, cerco, cerco con tutta la disperazione, ma non sento più nulla. Dentro il mio cervello c’è il vuoto, lo zero, il buio, il niente. Che cosa vuole venirmi a raccontare? Che sono terminale? Che mi devo confrontare con la morte per renderla più accettabile? Se ne vada per piacere, sono stufo marcio di sentirmi chiedere come sto e che le cure miglioreranno la mia qualità di vita e che bisogna sfruttare il tempo che rimane e che ….Vada via, mi lasci solo, tanto nessuno può fare qualcosa per me”.

Mi fermai a parlare con la madre, una donna ricurva e dimessa, gli occhi infossati devastati dal pianto e lo sguardo sgomento, alla ricerca di un’inutile speranza. Fra le varie descrizioni delle crisi d’ira del figlio mi mostrò anche un pacchetto di buste rigonfie: portavano la scritta Al Professore. “Guardi qui: questa è la corrispondenza che arriva da un suo allievo che soffre di autismo. Rifiuta di aprirla, anche se Nicolò è il suo studente prediletto. Dopo tanti sforzi aveva trovato modo di comunicare con lui attraverso il linguaggio della musica, un piccolo genio di 15 anni. Lo stava preparando per un’audizione importante che si terrà in autunno e ora da un mese ha sospeso tutto. Che cosa dice lei, dottoressa?”.

Tornai tre giorni dopo con la corrispondenza in mano. Gli chiesi esplicitamente chi fosse Nicolò, senza indugiare sulle sue condizioni.

Fui sorpresa dal calore del suo racconto e dalla conoscenza approfondita della patologia del ragazzo. Me ne parlò a lungo, soffermandosi sul suo silenzio, lo sguardo sfuggente, le difficoltà a relazionarsi con gli altri compagni, la straordinaria capacità di tradurre in suoni un mondo emotivo sconosciuto, etichettato dagli altri come “disturbato”. Lo conosceva da tre anni e lo seguiva privatamente, dopo essere stato contattato dal professore di musica delle scuole medie, che ne aveva rilevato un indubbio talento artistico. E da tre anni, settimanalmente, Nicolò arrivava nel suo studio con una serie di spartiti, si sedeva al pianoforte e per un’ora suonava, assorto, i pezzi autoprodotti che non aveva nemmeno bisogno di leggere. Ascoltava poi, zitto, le osservazioni del maestro e, all’appuntamento successivo, arrivava con le modifiche suggerite. I progressi erano straordinari: Nicolò avrebbe fatto parlare di sé nel futuro.

E secondo lei, come faccio adesso a dirgli che sto per crepare?”.

Ci incamminammo nel tortuoso sentiero del dirsi addio: aveva considerato l’impatto e le ripercussioni emotive di un improvviso distacco privo di qualsiasi motivazione? Non erano sufficientemente eloquenti il viso gonfio da cortisone, la lanugine sparsa sulla testa calva, le ecchimosi distribuite a chiazze sugli avambracci, la pompa che ritmicamente iniettava la morfina dentro le sue vene? Pensava forse che Nicolò non li avesse notati? Come poteva restare insensibile alla fiducia che tuttavia ancora gli riservava, mantenendo costante il suo impegno settimanale? Il ragazzo gli chiedeva ascolto, non parole.

Quella porta che ostinatamente voleva tenere chiusa precludeva anche a lui di guardare al futuro. Era questo il suo modo di vendicarsi di un tempo che era diventato minacciosamente breve?

La forza del legame funzionò. Qualcosa mutò nei giorni successivi. Roberto volle di nuovo il cellulare vicino a sé, scrisse a Nicolò e ripristinò gli appuntamenti.

Io, nei mesi successivi, incontrai prevalentemente la madre, sempre dolente ma allietata dal fatto che colleghi ed amici di Roberto arrivavano, sia pur vincolati all’umore del figlio e al suo altalenante desiderio di incontrarli o respingerli.

Il cancro gli regalava ancora il tempo del congedo e lui cercava di sfruttarne al massimo le potenzialità, cercando contemporaneamente dentro di sé la possibile convivenza di sentimenti contrastanti. Capitava di parlane insieme, ma non amava confidare i suoi stati d’animo e io rispettavo la sua ritrosia, sufficientemente soddisfatta di sentire che la casa nuovamente vibrava di note e che la porta gialla dello studio non era più chiusa.

Venga, venga strizzacervelli” mi salutò in un giorno estivo di particolare grazia. Mi fece entrare nella stanza proibita, il suo mondo interiore: dischi in vinile, giradischi, CD impilati in equilibrio precario, casse acustiche, il pianoforte a coda, spartiti musicali, pentagrammi appesi al muro accanto ad attestati, premi e riconoscimenti, fotografie dei suoi concerti, riviste e articoli di giornali, libri. Appoggiati ad una mensola alcuni pacchetti-regalo confezionati maldestramente.

Sto preparando i miei lasciti, quando il fisico me lo permette, naturalmente” mi spiegò. “Almeno la terapia del dolore funziona, ma non sono in grado di fare molto altro. Che vuole, mi devo accontentare che molte delle mie opere resteranno incompiute, come accade ai Grandi”, aggiunse amaramente ironico.

La rabbia stava lasciando il posto alla negoziazione con le perdite. Roberto, faticosamente, cercava di ricostruire il mosaico interrotto, ben conscio che l’immagine riprodotta non sarebbe stata uguale a quella precedente alla diagnosi.

Lo abbiamo portato in ospedale. Stanotte ha avuto ripetuti attacchi epilettici e sembrava non essere più contattabile”, mi accolse quella mattina di ottobre la mamma di Roberto. “Oh dottoressa, pensare che quest’ultima settimana era tutto contento perché Nicolò ha vinto un premio … mi ha detto che qualcosa di buono era riuscito a fare, nonostante tutto. Io non capisco molto di musica, ma mi pare di avere capito che Nicolò abbia composto una musica fatta di particolari arrangiamenti e abbia partecipato a una gara che ha vinto, ottenendo una cospicua borsa di studio. Ho paura, dottoressa, ho tanta paura che il mio Roberto non torni più a casa”.

Sono qui, seduta sul mio letto.

Oggi ho partecipato alla cerimonia di saluto di Roberto, un pubblico numeroso, festosamente triste, Le note della sua musica riempivano ogni spazio, colorando di emozioni le parole sussurrate dai presenti, Un collega di Roberto, colui che negli ultimi giorni gli era stato più vicino, ha annunciato che, secondo le sue volontà, avrebbe distribuito “regali speciali che non poteva portare con sé, ma che avrebbero permesso di ricordarlo com’era”.

C’era anche un regalo speciale per me.

Un CD registrato con Nicolò nel suo studio. Sulla copertina la scritta:

Roberto Conti, Nicolò Molteni

Tre Bagatelle per pianoforte

Allegro giocoso Andante sostenuto – Lento funebre

Omaggio a

PER ELISA

(Bagatella n. 25 in La minore. L.V.Beethoven)

E un Grazie con la G a forma di chiave di violino da cui sboccia una rosa.

Lascio scorrere le lacrime.

Per la mamma di Roberto io sono sempre stata la Dottoressa Ferri.

Per Roberto la strizzacervelli.

Sono certa di non aver mai detto che il mio nome è Elisa.

Il disegno in Immagine è di Lou

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