Ossessioni

Può la musica colorare un evento? Eccome.

A me successe l’estate scorsa.

La premessa obbligatoria è che sono un ossessivo.

Avete presente il grande Gaber di quando sei a letto, stai per addormentarti e ti viene il dubbio: avrò spento il gas?

Mi successe quella notte, spenta la luce, rivisitazione della bella giornata trascorsa all’aperto in giardino, pulizia delle sterpaglie e rogo all’ultimo piano … la brace. Avrò spento la brace?

Un ossessivo non si fida della propria memoria, continua a rimuginare un pensiero che si instilla nella mente contro la propria volontà e lì ci sguazza all’infinito: e se è rimasta accesa?

Alle quattro del mattino, dopo una notte agitata e pressoché insonne, le tapparelle che tremano picchiate dal vento mi inducono ad alzarmi: devo andare a controllare.

In macchina accendo la radio. Mi sono sempre chiesto come mai, proprio quella mattina, Radiotre avesse scelto di mettere in onda la danza spagnola di Ravel.

Eccomi lì, aggrappato al volante mentre sento ululare le raffiche del vento e nella penombra delle prime luci del giorno i corpi volanti dei più disparati oggetti assumono inquietanti forme di funesti presagi. Le note del ritmo ostinato del tamburo fanno da tappeto musicale a quel volo disordinato, illuminato dai fari accesi come lo spotlight sul proscenio.

Che vento! E se non ho spento bene la brace?”.

Il Bolero ha una durata di circa trenta minuti, lo stesso tempo necessario per raggiungere il mio giardino lacustre. Io, l’automobile, il turbinio delle folate di vento, i pochi automezzi circolanti sulla strada, la musica alta nello stretto abitacolo e una domanda ossessiva: “Avrò spento bene la brace?”

Ed è stato proprio nel momento in cui il tamburo, raddoppiato dal fagotto e dall’oboe, è salito d’intensità, che si è accesa la mia immaginazione visiva.

Al suono di tromba, flauto, sax tenore e del corno con gli ottoni, le mie pupille sempre più dilatate assistono all’innalzamento di mulinelli ardenti, lingue arroventate e colonne infuocate il cui fumo, a contatto con l’umidità dell’aria, sparge raggi rossi in ogni direzione del cielo.

L’ingresso del trombone con i legni non fa che peggiorare la situazione: fiammelle purpuree si rincorrono come spiritelli impazziti a cercare riparo dietro i tronchi degli alti cedri del Libano, abbracciano e avviluppano e incendiano le vecchie cortecce con ghigni beffardi.

I primi violini con gli archi, i legni e la tromba accompagnati a tamburo, trombone e sax sospingono malefici tizzoni nell’arida vegetazione dove rimbalzano, saltellano, rotolano e si accavallano in una ridda frenetica e scomposta.

Il fortissimo del ritmo finale delle percussioni fa esplodere il parossismo: il paese intero brucia e dalle finestre spalancate facce incredule e attonite guardano impotenti il devastante girone infernale.

Così finisce il Bolero.

Cammino spedito lungo il sentiero. Silenzio. Sudore. Sgomento.

E se la brace è rimasta accesa?

Finalmente eccomi lì, davanti al mucchietto di cenere circondato dalle pietre di contenimento. Meno male, non c’è traccia di brace.

Solo l’umidanza delle secchiate d’acqua che per precauzione getto sempre sui resti bruciati prima di chiudere il cancello del giardino e rientrare in città.

Torno in macchina. Sollevato. Quasi divertito per l’inutile spavento.

Radiotre trasmette il notiziario delle sei. Allarme siccità e Sardegna in fiamme, la regione in ginocchio.

Mi viene un dubbio. “Oddio, ma avrò visto bene? Era spenta proprio tutta?”.

Ritorno sullo stesso percorso di mezz’ora prima. Spenta.

E allora ci tiro addosso altre secchiate, con veemenza e sfida, così sono proprio sicuro che l’ho spenta. “E’ spenta. Giuro che adesso è spenta”.

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