Nel Giardino

Dischiudo il cancello ed entro in un microcosmo dove lo spazio fuori di me e quello interiore si stringono in un consolatorio abbraccio.

Nelle diverse sfumature del verde – pino, menta, giada, smeraldo, cedro, grigioverde, salvia, marcio, oliva, erba, muschio . cangianti al mutare delle stagioni, riscopro la corrispondenza tra il mio esistere e il ciclo universale della vita dove inseminazione, nascita, sviluppo, maturazione, avvizzimento, caduta, altro non sono che le espressioni delle mie personali fasi del vivere.

Eccomi qui, viandante dell’esistenza a contatto con la natura, luogo straniante lungo il quale il toccare, vedere, odorare, ascoltare si rinnova ad ogni mio passo vagabondo.

Nella stagione della rinascita mi soffermo nei pressi di cespugli ormai disadorni del loro carico di azalee, di peonie spetalate, dell’azzurro estinto del glicine e pondero sulla fugacità del trapassato rigoglio di fiori, ora sostituito del niveo candore profumato del gelsomino e delle zagare.

So già che fra non molto l’infaticabile ronzio delle api turbinerà su un vermiglio, un porpora, uno scarlatto dei rosai e sui teneri fiori di campo.

Non sboccia tutto insieme, nel Giardino. Si danno il turno i pruni, i susini, il ciliegio, nel suo bianco spumoso, e infine i meli: ad ognuno il suo momento di gloria.

Tra i compositi verdi e le fragranze titillano le narici basilico e timo, dragoncello e maggiorana, menta, rosmarino, alloro e limoncina in disordinati grovigli o scompigliati arbusti.

Naturalmente non tutto è arcadia.

La nuova stagione è appena iniziata e già si vedono le prime foglie cadute, getti e polloni recisi, piante soffocate, Non passerà molto che dal seccume e dalla morte, con un autoerotismo sfrenato, nasceranno nuovi getti e polloni, e ciò che è marcito e si è disfatto riprenderà vita in forme nuove, belle e colorate.

La natura non ci dà la soluzione al mistero della vita, ma ci avvicina alla sua comprensione. Curando la terra, s’ impara che non esiste momento in cui, in Giardino, non si intessano esuberanza e caducità, così come per la propria vita non si susseguano anticipi di malattia, sperate guarigioni, ricadute e infine la morte.

Ogni volta che mi accingo a potare rami secchi o rastrellare foglie cadute, provo l’inattesa soddisfazione di riuscire a sgombrare l’anima da vecchi e inutili pensieri.

Perché, passo dopo passo, imparo che fare il bene del Giardino è soprattutto fare del bene a sé stessi.

Quando l’esuberanza e la passionalità del rosso-oro dell’incombente autunno lentamente perdono intensità, si fa più intensa l’introspezione regressiva.

Il marrone aranciato tinge gli ultimi frutti della stagione, ma so che sono gli ultimi scorci di ciò che resta prima del riposo invernale.

Il congedo finale, quando anche le tartarughe avranno scelto la loro tana per inabissarsi, sarà ostentato dall’allegro addobbo del caco, con i suoi frutti arancioni penzolanti dai rami nudi e spettrali, dolce polpa per i pettirossi che non temono il gelo delle giornate più brevi.

Nella tiepida malinconia che preannuncia l’inverno, nel silenzio quieto del Giardino risuonano rintocchi di campane, ragli d’asino e motoseghe in azione per la legna del camino.

Ma, ancor più mozzafiato, ecco disegnarsi, come naturale anfiteatro, l’acqua di lago, specchio dell’anima, liquida materia “conclusa” dall’abbraccio dei monti. Sembra ferma. E invece correnti sotterranee la fanno turbinare. Lo sciabordio sulla rive è continuo e mi ricorda che l’immobilità è anche movimento.

Grazie, Giardino, terapeuta di affanni, cantore di speranza.

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